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Quando l’acqua compare su un elemento in calcestruzzo, la reazione istintiva è sigillare il punto bagnato.
Nella maggior parte dei casi è un errore: ciò che si vede è spesso solo l’uscita dell’acqua, non il punto da cui entra.
L’acqua può arrivare da un giunto, da una fessura distante, da un passaggio impiantistico o attraversare porosità diffuse del materiale.
Fermarla in modo stabile significa quindi individuare il percorso che segue.
In ambienti come garage seminterrati, cantine o locali tecnici, la differenza tra una semplice umidità e una vera infiltrazione si riconosce dal comportamento del fenomeno.
Cantina con umidità - Canva
Aloni che cambiano con le piogge, gocce che compaiono sempre nello stesso punto, efflorescenze bianche, rigonfiamenti di pittura o intonaco sono segnali tipici di acqua in movimento, non di semplice condensa.
Il calcestruzzo non è automaticamente impermeabile.
È un materiale resistente, ma può lasciar passare l’acqua per tre ragioni molto comuni: micro-porosità, discontinuità (fessure e cavillature) e punti deboli costruttivi come riprese di getto, nidi di ghiaia o giunti.
Getto di calcestruzzo - Canva
In un getto eseguito senza una corretta vibrazione o con un rapporto acqua/cemento non ben controllato, possono formarsi micro-canali invisibili a occhio nudo.
Nei locali controterra entra inoltre in gioco la pressione idrostatica: quando il terreno si imbibisce, l’acqua esercita una spinta costante e cerca qualsiasi via disponibile, anche molto piccola.
Le fessure possono essere strutturali oppure dovute al ritiro del materiale.
Non è sempre necessario classificarle subito: ciò che conta, per fermare l’acqua, è capire se sono attive (cioè soggette a movimento) oppure passive.
Le fessure attive richiedono soluzioni elastiche o interventi capaci di seguire i movimenti della struttura; quelle passive possono essere trattate con sistemi più rigidi.
I giunti – di dilatazione, di costruzione o tra pareti e platea – rappresentano uno dei punti di passaggio più frequenti.
Quei due elementi diversi devono lavorare insieme nel tempo e, se la tenuta non è corretta, l’acqua trova facilmente una via.
Le riprese di getto costituiscono un’altra zona critica.
Se la superficie non è stata preparata adeguatamente prima del nuovo getto, può formarsi una linea di debolezza continua.
In molti casi l’infiltrazione segue proprio questa “cucitura” tra le diverse fasi di costruzione.
Una situazione tipica riguarda le cantine seminterrate.
Dopo piogge intense compare una macchia scura nella parte bassa di una parete controterra.
Si rimuove l’intonaco, si lascia asciugare e si applica un prodotto impermeabilizzante dall’interno.
Per qualche settimana il problema sembra risolto.
Poi la macchia torna, spesso leggermente spostata, accompagnata da sali bianchi in superficie.
In casi come questo l’acqua proviene dall’esterno e segue una via preferenziale, che può essere un giunto, una ripresa di getto o una porosità localizzata del calcestruzzo.
L’intervento interno può ridurre i segni visibili.
Se la pressione dell’acqua dall’esterno rimane, la soluzione più stabile passa spesso dalla gestione dell’acqua all’esterno del muro: drenaggi, regimazione delle acque meteoriche, sistemazione di pluviali e pendenze.
Quando è possibile intervenire dal lato da cui entra l’acqua, la logica è piuttosto semplice: si interrompe il percorso prima che raggiunga il calcestruzzo.
Negli edifici controterra questo significa, quando le condizioni lo permettono, intervenire sull’impermeabilizzazione esterna e sul sistema di drenaggio.
Non sempre è una soluzione praticabile, soprattutto quando sono necessari scavi complessi o quando lo spazio esterno è limitato.
Intervento dall'esterno per infiltrazioni acqua - Canva
Tuttavia, quando è fattibile, tende a essere l’intervento più duraturo perché riduce la pressione dell’acqua sulla struttura.
Un principio semplice aiuta a orientarsi, se l’acqua viene spinta dal terreno, difficilmente si riesce a fermarla con un trattamento superficiale applicato dall’interno.
Questi interventi possono contenere il fenomeno, ma raramente lo risolvono se la situazione esterna rimane invariata.
Quando non è possibile intervenire all’esterno, si lavora dal lato interno della struttura, il cosiddetto lato negativo.
È un approccio praticabile, ma richiede prodotti e tecniche compatibili con la pressione dell’acqua e con le condizioni del supporto.
Le soluzioni più comuni sono rivestimenti cementizi osmotici, malte impermeabilizzanti e sistemi che tollerano la presenza di umidità residua.
Funzionano meglio quando l’infiltrazione è moderata e il supporto è stato preparato correttamente, eliminando parti incoerenti, sali e zone deteriorate.
Quando invece l’acqua entra da una fessura o da un giunto con un flusso più evidente, l’approccio tende a cambiare e si ricorre spesso a sigillature localizzate o a interventi di iniezione.
Le iniezioni rappresentano interventi mirati.
Le resine poliuretaniche vengono spesso utilizzate per bloccare passaggi d’acqua attivi, mentre quelle epossidiche servono principalmente a ripristinare la continuità strutturale in fessure asciutte.
Non si tratta di tecniche che impermeabilizzano un’intera superficie, ma di sistemi progettati per chiudere un percorso preciso dell’acqua.
Per questo funzionano quando il punto di ingresso è stato individuato con buona precisione e il supporto è adatto all’intervento.
Il limite è duplice, se la fessura è soggetta a movimento, una soluzione rigida può non reggere nel tempo;
se invece l’acqua attraversa il muro in modo diffuso, chiudere un punto può semplicemente far comparire l’infiltrazione altrove.
Molte infiltrazioni persistenti non attraversano il calcestruzzo pieno, ma sfruttano dettagli costruttivi trascurati.
Attraversamenti di tubazioni, bocchette, tasselli, vecchi fori o contatti tra strutture diverse sono spesso punti critici.
Un tubo che attraversa una parete controterra, se non è stato sigillato correttamente, può diventare un vero e proprio punto di ingresso per l’acqua.
Anche il raccordo tra soletta e parete rappresenta una zona delicata, perché lì si concentrano spesso discontinuità e micro-fessure.
In questi casi la soluzione non è spettacolare, ma precisa: ripristini localizzati con malte adeguate, sigillature elastiche dove necessario e protezione accurata dei passaggi.
Se l’infiltrazione è accompagnata da fessure importanti, deformazioni, distacchi del copriferro, ruggine evidente o calcestruzzo che si disgrega, il problema non riguarda solo l’acqua.
In questi casi può esserciuna questione di durabilità o di sicurezza della struttura.
Anche la presenza di impianti elettrici vicino alle zone interessate dall’acqua richiede particolare attenzione.
In situazioni di questo tipo è prudente richiedere una valutazione tecnica sul posto.
Non si tratta di complicare l’intervento, ma di evitare riparazioni che nascondono il sintomo mentre il degrado continua a progredire.
Le infiltrazioni nel calcestruzzo si risolvono quando si interrompe il percorso dell’acqua e si riduce la condizione che la alimenta: pressione del terreno, ristagni, ingressi localizzati o difetti di impermeabilizzazione.
Il resto riguarda il ripristino delle superfici.
In un edificio, la soluzione più efficace è quella che impedisce all’acqua di raggiungere il calcestruzzo, non quella che la costringe semplicemente a cambiare punto di uscita.
È un principio semplice, ma spesso è l’unico che permette di evitare interventi ripetuti stagione dopo stagione.
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