Restauro conservativo esistente

NEWS DI Ristrutturazione27 Settembre 2012 ore 10:40
Un'analisi di ciò che significa restaurare l'esistente in modo conservativo, senza danneggiare i segni e gli elementi storici e architettonici di un edificio.
restauro , esistente , ristrutturazione , patrimonio
Arch. Valentina Caiazzo

Restaurare e conservare



Il restauro, ovvero la conservazione dell'organismo edilizio preesistente, è stato per anni e lo è ancora oggi in certi casi, motivo di dibattito. La conservazione, infatti, non è materia facile, soprattutto quando riguarda oggetti architettonici di un certo pregio.

Da un lato ci sono aspetti storici, di valore architettonico ed edilizio, ma dall'altro ci sono il riuso e la valorizzazione di un bene. In tutto questo ci deve essere una via di mezzo, che non sempre piace agli addetti ai lavori.

Al di là del restauro a livelli alti, anche ristrutturare un manufatto di un certo valore, può portare a dilemmi di questo genere. Conservare o valorizzare? Attualmente la linea più seguita nel campo del restauro architettonico è la conservazione della materia esistente, compatibilmente sia con l'approccio storico, che con un riuso dell'edificio ragionato, che garantisca cioè di mantenere e curare l'opera nel tempo.

Anche quando si tratta solo di un risanamento, un progettista più facilmente procedererà con la conservazione dell'organismo edilizio, in modo tale però da assicurare la funzionalità e il rispetto di quegli elementi tipologici che lo hanno caratterizzato fino ad ora.

Superfetazioni e aggiunte



Quando si parla di restauro è intrinseco che si tenda ad eliminare tutto ciò che riguarda le superfetazioni e le manipolazioni edilizie. Ovvero tutte quelle aggiunte avvenute nel corso del tempo che hanno sconvolto la linea iniziale seguita da chi ha realizzato il manufatto.

In linea di massima, quando si interviene su edifici esistenti con aggiunte poco congrue, si tende ad eliminare e a ripristinare ciò che c'era in origine. Sono pochi i casi in cui, invece, si mette allo scoperto la stratificazione avvenuta, o perché ha un certo pregio, o perché in fondo, ha apportato delle migliorie, se non estetiche, almeno funzionali, che ne permettono un riuso e una rifunzionalizzazione più idonea.

Spesso nei documenti comunali riguardanti le ristrutturazioni e i restauri architettonici ci sono addirittura degli articoli che obbligano ad eliminare le aggiunte e le superfetazioni recenti riconosciute come incongrue con l'organismo edilizio in questione.

Restauro scientifico



All'interno del dibattito sul restauro e le sue peculiarità, nonché la conservazione di beni storici e architettonici, c'è anche una tipologia piuttosto interessante, denominata restauro scientifico, sviluppatosi abbondantemente in Italia per buona metà del XX secolo.
Il restauro scientifico è una teoria che si basa sulla necessità di coinvolgere all'interno del progetto, una serie di professionalità diverse, come geologi, ingegneri o chimici, in grado di valutare attentamente e rifunzionalizzare altrettanto idoneamente, l'organismo architettonico in questione, permettendone così un uso compatibile, nel rispetto sia dei materiali che del sistema strutturale di base.

Sostenuto per più tempo dall'architetto romano Gustavo Giovannoni, il restauro scientifico si basa su alcuni punti interessanti suddivisi in diverse categorie. Innanzitutto troviamo il restauro di consolidamento, ovvero tutte quelle opere da attuare e necessarie per ristabilire la giusta sicurezza a livello statico e strutturale.
Il restauro di ricomposizione è prettamente mirato a monumenti in pessimo stato di conservazione che necessitano di conservazione delle parti ammalorate, spesso non più nemmeno funzionali.
Le superfetazioni di cui abbiamo parlato prima, invece, vengono catalogate con il restauro di liberazione, ovvero riportare al primo splendore un edificio rimaneggiato nel tempo con stili e metodi diversi, non necessariamente di valore artistico o storico.

Infine, le due ultime categorie del restauro scientifico, incentrate su sistemazione e finitura; il restauro di completamento, che consiste nell'aggiunta in stile di parti accessorie, ma secondo il criterio della riconoscibilità, cioè enfatizzando senza nascondere aggiunte e ricostruzioni, ma anzi, valorizzando maggiormente la parte storica. E il restauro di innovazione, che invece, aggiunge parti rilevanti, fondamentali per un riuso appropriato di un edificio. Quest'ultimo aspetto è spesso quello più contestato, perché andrebbe troppo a snaturare, soprattutto in manufatti di un certo pregio la natura architettonica iniziale.

Ristrutturazioni e ruderi



Non sempre però quando siamo in presenza di un manufatto vecchio, si applica di conseguenza restauro o risanamento.
Infatti non tutti gli organismi edilizi sono suscettibili di risanamento conservativo: i ruderi, ovvero edifici non più catalogabili tipologicamente, non possono essere risanati, ma vanno inquadrati nella categoria della nuova costruzione.

Invece quando si parla di ristrutturazione si intende un intervento che dato un complesso edilizio esistente va ad alterare i volumi e le singole unità immobiliari attraverso modificazioni d'uso delle parti interne dell'immobile, snaturando anche ciò che in realtà c'era in precedenza.

riproduzione riservata
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