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Degrado tecnologico delle facciate

News di Ristrutturazione
Processi di deterioramento dei rivestimenti di facciata, connessi all'incompatibilità di materiali nuovi e originari e all'inserimento di superfetazioni esterne.
Degrado tecnologico delle facciate
Arch. Valentina Caiazzo
Arch. Valentina Caiazzo

Il degrado dei materiali è un processo purtroppo inarrestabile. E’ dovuto al naturale invecchiamento, ma l’aumento progressivo dell’inquinamento e dei livelli di polveri sottili, soprattutto nelle grandi città, ne ha velocizzato i processi.

Quante volte ci capita di camminare per le vie e di notare patine e fessure sulle facciate degli edifici, anche di una certa valenza storica.
Il degrado ambientale, legato agli agenti atmosferici è, senza dubbio, il più diffuso. Ma esistono anche una serie di altre tipologie di degrado, dovute all’intervento umano.
Questa categoria viene generalmente indicata come degrado tecnologico, o ancora antropico, quando oltre a deterioramenti dei materiali e delle decorazioni, c’è troppa prevalenza di impiantistica a vista, o superfetazioni umane, che si sovrappongono ai prospetti originari.

A differenza di quello ambientale, il degrado tecnologico è  decisamente più  veloce. Ciò  avviene per incompatibilità tra materiali nuovi e vecchi, senza indagare prima adeguatamente le possibili reazioni reciproche.

Degrado tecnologico



Prima di affrontare nello specifico di cosa si tratta quando si parla di degrado tecnologico, è bene distinguere in due grandi famiglie ciò che troviamo su una facciata di un edificio.
Le pareti sono interessate sia da rivestimenti esterni, ovvero strati funzionali di un determinato spessore che hanno la funzione primaria di proteggere le superfici, sia dalle famose finiture, ovvero strati di malta su cui insistono e vengono applicati decori e trattamenti di tinteggiatura o verniciatura a completamento.

Gli effetti degradativi delle facciate sono generalmente da imputare alla porosità e alla permeabilità dei materiali costituenti questi strati di finitura, che comunque vengono già inficiati, nel corso del tempo, da agenti atmosferici, condensa o umidità di risalita.

In aggiunta a tutto questo subentrano le incompatibilità dei rivestimenti, o meglio dei materiali che li costituiscono, che non sempre vanno d’accordo con la struttura originaria.
Ad esempio può  capitare che le coloriture di base dei prospetti, non si sposino per niente con pitture polimeriche di reintegro, che possono addirittura andarle a danneggiare, nel giro di poco. Oppure in termini più strutturali, in riferimento agli strati di intonaco, se si utilizzano delle pellicole di tipo plastico, che non lasciano traspirare la composizione sottostante, si rischiano distacchi e ammaloramenti, a causa dell’alterazione dell’equilibrio termo igrometrico del rivestimento storico.

Il degrado tecnologico è suddiviso in due grandi famiglie, a seconda che l’incompatibilità sia di tipo fisico / meccanico, o chimico / elettrochimico.
L’incompatibilità fisica nel degrado tecnologico è  data dalla mancata applicazione di una buona regola di base, ossia l’utilizzo di uno strato sempre più  elastico del precedente: in questo modo, qualunque sia la composizione, già si può  escludere l’arrivo di nuove fessurazioni.

Il degrado tecnologico di tipo chimico invece è  da ricercarsi tra i metalli. Metalli che se sono costituiti da materiali incompatibili, anche formati da leghe diverse, possono causare reazioni anche incontrollate e molto veloci, di degrado e deterioramento.

Questo generalmente può capitare con l’uso di materiali moderni, composti da additivi particolari, che spesso contengono solventi, detergenti e prodotti molto acidi.
Alcune soluzioni progettuali più moderne sono maggiormente soggette al degrado tecnologico; ad esempio coperture piane, magari calpestabili, o l’incasso dei pluviali in facciata; soluzioni che richiedono grossi interventi manutentivi e con grande frequenza, magari con prodotti più moderni, anche in situazioni dove il bagaglio e le conoscenze storiche sarebbero più adatte.


Degrado antropico



Qui si inserisce un altro tipo di degrado connesso a quello tecnologico: il degrado antropico, ovvero, qualsiasi forma di alterazione e/o di modificazione dello stato di conservazione di un bene culturale e/o del contesto in cui esso è inserito, quando questa azione è indotta dall'uso improprio.
Esempi di degrado antropico possono essere la collocazione impropria di elementi tecnologici o cavi, come quelli della luce o del telefono, l'uso improprio dei materiali o la mancanza anche di manutenzione, fino ad arrivare agli atti di vandalismo, tra cui sono inclusi anche i graffiti.

Inserendo parti aggiuntive nuove, la loro morfologia si scontra con gli inarrestabili agenti atmosferici. L’acqua piovana, ad esempio, percolando verso il basso una volta che ha investito la facciata, scorre in canali preferenziali, di solito sporgenti dal prospetto. Se nato con l’edificio stesso, il degrado sarà uniforme, se introdotti successivamente, l’acqua, le correnti d’aria e le diverse variazioni termiche associate, si distribuiranno in maniera diversa, accentuando il degrado in certi punti.

Infine, negli ultimi decenni, si è diffusa l’usanza di lasciare gli impianti e le rispettive reti impiantistiche, a vista lungo la facciata degli edifici.  E anche se questa soluzione viene appoggiata da chi, soprattutto nel restauro, preferisce modalità di intervento aggiuntive, piuttosto che invasive e di sottrazione, ai fini sempre di un’adeguata conservazione, i problemi legati al degrado antropico non sono pochi.

Lo stesso vale per superfetazioni, come sopraelevamenti di edifici, con strutture più moderne, o la composizione di facciate diverse, riunite in un unico prospetto simile. Anche in questo caso spicca il problema chimico, legato all’incompatibilità dei materiali, non solo esterni, ma anche della struttura stessa costituente l’edificio. Senza parlare degli stravolgimenti totali e antiestetici, molto diffusi negli anni ’80, anche in quel  tessuto edilizio di una certa valenza storica.


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