News di Ristrutturazione Arch. Valentina Caiazzo

Indagini diagnostiche per facciate

Quando si decide di recuperare o restaurare un edificio storico, ci sono una serie di indagini da effettuare, che aiutano nell'individuare dissesti, degradi e colori.

Indagini diagnostiche per facciate

Nel campo della ristrutturazione e del restauro, sono fondamentali le analisi precedenti agli interventi di recupero. Questo per determinare quale tecnica utilizzare in modo specifico, senza rovinare la superficie in questione, o stravolgere l’aspetto storico delle facciate stesse.

Le indagini diagnostiche vengono utilizzate fondamentalmente per conoscere le peculiarità delle facciate storiche e capirne le cause e le modalità di degrado che le hanno colpite.
Ma l’utilizzo non solo preventivo, ma anche concomitante all’intervento stesso, permette di valutarne anche l’efficacia stessa e di modificare eventualmente anche in corso d’opera la tecnica e i prodotti utilizzati.

Le indagini diagnostiche hanno compiuto molti passi avanti, grazie ad innovazioni tecnologiche e strumentazioni modernizzate, anche se, in termini di costo, rimangono sempre un consistente investimento. Spesso però rimangono ancora quella via di mezzo tra il restauro e le indicazioni date in fase progettuale, e il cantiere stesso, che poi andrà ad intervenire sulla facciata stessa.
Un po’ per costi e un po’ per consistenza degli interventi stessi, le indagini diagnostiche vengono perlopiù utilizzate in cantieri riguardanti edifici storici o monumentali, o ancora di grosso interesse artistico.

In questo modo c’è anche il controllo da parte della Sovraintendenza, riguardo alle modalità di intervento da attuare per il recupero e il restauro di superfici, come gli intonaci di facciate.
Le indagini diagnostiche si dividono in tre grandi famiglie: quelle preliminari, di tipo storico – artistico, con ricerca di materiali inerenti le modalità costruttive storiche e rilievi fotografici e grafici dei degradi; quelle in situ, con un controllo delle superfici e di assorbimento dell’acqua e  le indagini di laboratorio, di tipo mineralogico, morfologiche e chimiche, per tastare la risposta ad agenti chimici e fisici, che verranno utilizzati per il recupero.

Quest’ultime, sono anche microdistruttive, ovvero spesso richiedono l’utilizzo e l’asportazione di piccoli pezzi di campioni di muratura e intonaco, in modo da verificare direttamente la reazione dei materiali.

I campioni vengono estratti mediante micro carotaggi, appositamente sigillati dopo l’estrazione e mimetizzati, in modo che la struttura muraria in facciata non subisca danni, sia estetici che costitutivi.

Le modalità di prelievo dei campioni sono molteplici; fermo restando il minor impatto sulla muratura e sulla struttura considerata, ci sono tre modi differenti di prelievo, in base al tipo di indagine che si deve effettuare:

-    Il prelievo globale, che diventa funzionale quando si ha a che fare con strutture a strati, e l’analisi deve interessare tutto il pacchetto, come policromie e stratificazioni di intonaco.
-    Il prelievo selettivo, che consiste nel prelievo di un solo strato, mediante anche piccoli strumenti specifici, come bisturi, scalpelli mini o spatoline.
-    Il prelievo multigraduale, effettuato in sequenza, a profondità medie, non eccessive, e comunque inerenti l’analisi da effettuare.

Una delle analisi diagnostiche più effettuate sulle facciate è la petrografia, ovvero la caratterizzazione mineralogica e petrografica delle superfici, appositamente selezionate in una piccola sezione di muro, estratto come campione. L’intervento diagnostico viene effettuato con luce polarizzata, e luce riflessa, che permettono di individuare i diversi minerali costituenti le coperture delle facciate.

Un’altra analisi diagnostica molto significativa è la magnetometria, che in questo caso, permette invece di individuare, posizione, dimensione e consistenza, dei materiali metallici inseriti nella struttura muraria.

La magnetometria permette ad esempio di verificare la presenza di catene murarie, tiranti, tubazioni  ed impianti annegati nei pavimenti e nei solai.
Se invece si vuole testare lo spessore di un dato elemento strutturale, l’analisi diagnostica da compiere è l’endoscopia.
Tramite endoscopi minuscoli e tecnologici, infatti, si può misurare le cavità nelle murature, lo stato della malta o gli eventuali distacchi di materiali o di rivestimento delle superfici delle facciate e delle strutture murarie che le compongono.

Sia magnetometria che endoscopia, rappresentano due indagini diagnostiche di tipo passivo, che non comportano necessariamente rottura di materiale e invasività e soprattutto permettono lo studio di determinati fenomeni, anche fisici, che avvengono naturalmente, senza utilizzare stimolazioni artificiali del materiale.

Sono invece considerate attive, quelle indagini diagnostiche che implicano ad esempio l’uso di corrente per verificare determinate reazioni. Come i metodi elettrici, che utilizzano conducimetri e magnetometri, per individuare dei metalli specifici all’interno della struttura, che non sono effettivamente ferromagnetici.

Oppure altre tipologie di prove, di tipo acustico, che determinano la propagazione delle onde sonore all’interno di un dato materiale. Non solo per una questione fonoassorbente, ma perché mediante prove di tipo acustico, e la conseguente risposta del materiale con vibrazioni, suoni ed ultrasuoni,  si riescono ad individuare lesioni e discontinuità nei paramenti murari.

Un’altra prova interessante, la termografia, permette invece di individuare le caratteristiche dei materiali, in base all’emissività, utilizzando la frequenza degli infrarossi.
Ogni materiale ha una temperatura superficiale che viene letta mediante l’analisi dell’energia radiante; entrambe però possono essere condizionate da calore specifico e da conducibilità termica dei materiali stessi.

Ad esempio la termografia è molto utile in edilizia per individuare zone umide, distacchi di materiali, o ancora ponti termici e discontinuità, all’interno della struttura muraria in esame.
Quando però l’umidità è presente solo negli strati superficiali esiste un altro tipo di prova, che si basa sullo sfruttamento della conducibilità elettrica dell’acqua. La conduttimetria è una tecnica di analisi elettrochimica  che permette di valutare inoltre anche la quantità di sali presente in un determinato strato murario.

Infine, per quanto riguarda la conservazione delle facciate, fondamentali sono le stratigrafie di intonaco e le coloriture superficiali. Le analisi da effettuare sono sia invasive, tipo il pull off, che misura l’aderenza o la compattezza dello strato di intonaco, sia il monitoraggio degli eventuali dissesti.

Il quadro fessurativo con il suo controllo nel tempo, viene rilevato mediante l’uso di fessurimetri, ovvero delle placchette in plastica che si inseriscono nella lesione e che misurano l’apertura delle fessure, mediante reticoli millimetrici molto sensibili.

Per il rilievo del colore invece le cose si fanno più complicate, a meno di semplici rilevazioni fotografiche. Nuove tecnologie in uso da qualche anno permettono analisi spettrofotocolorimetriche, in grado sia di individuare la tonalità cromatica dello strato in esame, sia di andare ad identificare persino il materiale che ha permesso di giungere a quella stessa tonalità. Un’indagine diagnostica molto utile nel restauro, dove il recupero anche minimo è un bene prezioso, soprattutto quando non ne è una banale copia, ma un vero recupero, studiato, attento e rispettoso.

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