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Salotto italiano e marocchino a confrontoLa disposizione dei componenti d'arredo può diventare una chiave di lettura per comprendere le differenze tra modi di vivere la casa di tradizioni culturali diverse. |
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Nelle hall di costosi alberghi come in abitazioni di grande lusso vengono spesso ricostruite le atmosfere dei paesi islamici e orientali.
La tradizione di riferimento utilizzava materiali poveri e autoctoni e assemblaggi semplici e minimalisti per necessità.
Mistificando queste premesse, lo stile etnico dei paesi occidentali talvolta ripropone e a volte snatura codici stilistici e comunicativi esotici in maniera tutt'altro che filologica e a prezzi non sempre accessibili.
Si descrive di seguito un modello di salotto molto radicato nella cultura islamica, in particolare marocchina, affinché dalla conoscenza e dall'analisi di esso possano trarsi ispirazioni che, opportunamente rivisitate, permettano di creare ambientazioni insolite ma adattabili alla nostre case e al nostro modo di vivere.
Si intende dare risalto non tanto alle forme, ai colori, ai materiali, alle decorazioni, quanto alle ragioni della disposizione dei vari componenti d'arredo al fine di comprendere le relazioni che tali ambientazioni possono stimolare.
Nella tradizione occidentale il classico salone ospita un elemento imprescindibile: il sofà. Quest'ultimo è ottenuto dalla composizione di un elemento base, la cosiddetta piazza.
Il divano è raramente posto al centro di una stanza.
Di norma divide due ambienti all'interno dello stesso locale, come ad esempio il soggiorno propriamente detto dalla zona pranzo, o è ubicato lungo una parete del locale. In entrambi i casi il divano diventa un limite e chiude o definisce uno dei confini dell'ambiente che si intende creare.
Questa soluzione basica può diventare più articolata aggiungendo e componendo più moduli.
Possiamo infatti costruire saloni composti da più divani opposti e paralleli, oppure adiacenti e perpendicolari tra di loro, con penisole o isole o accostando una o più poltrone.
Comunque vengano associati questi elementi, il risultato è uno spazio circoscritto e riconoscibile all'interno del quale possono trovare posto elementi secondari quali tavolini, porta riviste o altri elementi.
Oltre alle logiche meramente funzionali legate agli elementi di seduta o di appoggio, talvolta non pensiamo a come la disposizione dei vari elementi determini lo spazio dentro il quale avvengono processi comunicativi.
In pratica, seduti sul divano, gli interlocutori devono potersi vedere in primo luogo, ascoltare e talvolta toccare, senza interferenze e con spazi a misura d'uomo tali da rendere ottimale ed efficace l'interazione.
Imitare lo stile etnico, senza comprendere queste dinamiche comunicative, significa snaturare il messaggio e il significato profondo di tradizioni millenarie.
Nella tradizione marocchina il divano ha una disposizione dei moduli a ferro di cavallo, ossia occupa tre pareti di una stanza e lascia libero un lato che ne rappresenta l'accesso.
La continuità dei moduli e la loro disposizione è tale da cancellare ogni tipo di gerarchia che invece il salotto all'italiana crea.
In effetti, il sofà composto dal maggior numero di piazze è considerato, anche inconsciamente, l'elemento principale e il divano minore o le poltrone come elementi secondari.
Inoltre, il divano obbliga ad un contatto anche fisico più stretto tra persone sedute al di sopra di esso, mentre tale contatto è ridotto per coloro i quali siedono sulle poltrone normalmente monoposto.
In questo senso può generarsi una gerarchia di altro tipo, secondo la quale chi occupa l'unica poltrona presente ha un ruolo particolare.
Il salotto marocchino appiana queste gerarchie come in una tavola rotonda, di cui rappresenta in effetti la riproposizione geometricamente semplificata, per cui non vi è interruzione e ogni posto è uguale all'altro dal punto di vista delle relazioni funzionali e umane.
E', inoltre, normalmente privo di schienale. Lo schienale rappresenta un ulteriore limite, un confine tra un avanti e un retro, una barriera alla comunicazione e alla libertà compositiva.
Il modulo del salone marocchino è in pratica un puff a forma di parallelepipedo e a pianta quadrata che, accostato con moduli analoghi secondo le esigenze anche temporanee, può dare origine a molteplici soluzioni.
Privi di schienale, dunque di un fronte, di un retro e di fianchi, i puf possono originare sedute a ferro di cavallo quando completi, ma anche semplici L. Talvolta, ma più raramente, si possono posizionare secondo due file opposte e parallele, nel caso di elementi fisici insormontabili, come la presenza di un camino o di una portafinestra sul lato opposto a quello di ingresso.
Gli schienali sono normalmente sostituiti da cuscini disposti liberamente e dalle esuberanti fantasie cromatiche.
Al centro dello spazio si trova solitamente un tavolino dalle forme circolari oppure poligonali, comunque inscrivibili in una circonferenza, come a creare un centro gravitazionale che di norma è anche il baricentro della sala; questo perché da ogni punto del sofà senza soluzione di continuità sia possibile osservare gli altri commensali e raggiungere con uguale facilità cibi e vivande posizionati sul tavolino stesso.
Se i lati del ferro di cavallo risultano diseguali, si tende ad accostare più tavolini piuttosto che utilizzare un unico tavolino rettangolare, da evitare in coerenza con la volontà di eliminare ogni gerarchia.
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